Danilo Giuva porta in scena il crudele amore di “Mamma”

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Di Dino Cassone

“Mamma”, interpretato e diretto dal giovane pugliese Danilo Giuva e portato in scena con il sostegno di Fibre Parallele, Ombre – Associazione Culturale, Teatro Rossini e Assessorato alla Cultura Comune di Gioia del Colle, è uno spettacolo riuscito. Perfetto, se la perfezione esistesse. Sì, perché “Mamma – Piccole tragedie minimali”, scritto nel 1986 da Annibale Ruccello – prematuramente scomparso a soli 30 anni –, è da considerarsi un testo sacro, una reliquia artistica come tutto (poco, in realtà) ciò che Ruccello ci ha lasciato. E il libero adattamento di Danilo Giuva è stato intelligente, intanto nel conservare l’originale struttura dei quattro monologhi, interpretando tutti i personaggi, esattamente come fece Ruccello; poi nella scelta di recitare in dialetto foggiano (il suo), vestendo il bellissimo testo con colori e sapori della nostra amata terra pugliese. E qui sta la bravura di Giuva nell’entrare ed uscire dai panni di ciascun personaggio, con consumata abilità, dominando la scena vuota e riempendola con la sua fisicità. Una prova attoriale decisamente superata.

Quattro microstorie dunque, in apparenza slegate tra loro. Quattro modi di essere madre, legate da un filo comune: riversare sulle proprie creature un infinito, crudele amore. Si comincia con una favola, in puro stile Basile, dal titolo “Catarinella e il principe serpente”, ovvero come cadere dalla padella alla brace, da una madre nevrotica e ossessiva ad una matrigna arcigna e cattiva. Il secondo monologo è intitolato “Maria di Carmelo”, dal sapore squisitamente pirandelliano: una donna rimasta incinta, impazzita e ricoverata in ospedale, crede di essere la Madonna e come tale pretende di essere venerata. E se davvero lo fosse?

Il terzo e il quarto monologo, “La telefonata” e “Il mal di denti”, sono quelli più legati tra loro: nel primo una donna che, per fuggire da una vita desolante, cerca disperatamente di ritagliarsi un piccolo frammento di felicità scambiando due chiacchiere al telefono con sua sorella; nel secondo una donna delusa e schiacciata da un matrimonio di comodo, deve fare i conti con una terribile nevralgia e la notizia, ancora più terribile, della giovanissima figlia rimasta incinta di un’apprendista meccanico. Due figure di mamme sanguigne, tenere e spietate allo stesso tempo, mai così vicine e identiche alle mamme di ciascuno di noi. Impossibile non amarle.

(visto al Muovo Teatro Abeliano di Bari nell’ambito della rassegna #ToTheTheatre)

Dino Cassone