“Geostorm” di Dean Devlin: un film sciupato in tre battute

Condividi

Di Dino Cassone

Gli americani proprio non ce la fanno a sacrificare il loro smisurato ego. E anche in questo caso, sono bastate tre battute in croce per rovinare un film, che pur essendo di cassetta e per questo destinato alla grande massa, resta pur sempre di ottima fattura. Effetti speciali da urlo e un buon cast (Gerard Butler, Jim Sturgess, Andy Garcia e Ed Harris) non risollevano le cadute di una sceneggiatura “all’americana”, piena di stereotipi. Stiamo parlando di “Geostorm”, diretto da Dean Devlin, il classico film del genere “catastrofico”. Protagonista è Jake Lawson, uno stravagante e renitente scienziato cui viene affidata la supervisione per la costruzione del Dutch Boy, una rete di satelliti che avrà il compito di monitorare le condizioni climatiche della Terra e impedire nuovi ecodisastri. Poi c’è suo fratello minore Max che fa parte dello staff del Presidente degli Stati Uniti e che avrà il complicato ruolo di sostituire suo fratello dopo che quest’ultimo verrà destituito dal ruolo di comandante della stazione spaziale. Il pericolo e il nemico (che punta alla conquista del mondo, ovviamente) però, sono dietro l’angolo: la stazione viene manomessa e dà il via a una serie di catastrofi che culmineranno nel così detto “Georstorm”, una tempesta climatica globale, se non sarà bloccata. Toccherà a Max richiamare Jake, fare la pace e salvare il mondo. Niente di nuovo sotto il sole, come vi avevamo detto.

Ed eccole le tre battute, risparmiabilissime, tutte all’interno della stessa scena, durante un inseguimento mozzafiato. Il Presidente degli Stati Uniti è seduto dietro con Max, e riferendosi all’abilissimo agente speciale (che è anche la donna di quest’ultimo) al volante di un’indistruttibile (perché tutte le automobili americane sono “eterne”), dopo una rocambolesca manovra, si rivolge a lui ordinandogli perentorio: «Sposala!». Stessa scena, qualche sequenza più avanti, quando stavolta è Max a salvare la pelle del Presidente (sferrando un pugno al cattivo di turno), la “barbie guardia del corpo” sussurra orgogliosa al suo capo: «È il mio fidanzato!». L’ultima perla è a conclusione dello stesso rocambolesco inseguimento: il Presidente ai cattivi che sorpresi si chiedono com’è possibile che si sia salvato dopo aver visto la sua auto avvolta dalle fiamme, risponde: «Perché io sono il cazzo di Presidente degli Stati Uniti!». Quando si dice l’onnipotenza.  

Dino Cassone