Giovanni Cioni, Mauthausen e il documentario italiano

di Carmela Moretti

di Carmela Moretti

È uno tsunami che da alcuni decenni sta sconvolgendo le acque calme del cinema italiano. Parliamo del documentario o altrimenti detto cinema del reale; i registi che decidono di scarpinare lungo le strade impervie di questo genere, misurandosi con un linguaggio più libero e sperimentale, ci offrono i prodotti più degni di interesse nel panorama cinematografico della nostra Penisola.
dal ritorno dueNon è un caso che a portare a casa i premi dei festival nostrani e internazionali più importanti siano soprattutto i documentaristi e ne è una conferma “Fuocoammare” di Gianfranco Rosi, che si è aggiudicato il Leone d’oro all’ultima edizione del Festival di Berlino.
Al documentario italiano è stato dedicato l’ultimo numero della rivista Carta d’Italia, edita in quattro lingue dall’Istituto di Cultura Italiana di Bruxelles e presentata a Liegi lo scorso 26 aprile, in un incontro pubblico organizzato in collaborazione con l’associazione l’Aquilone. La rivista, pubblicata ogni anno, ha come obiettivo quello di “entrare nella cultura contemporanea italiana, perché molte pubblicazioni riguardano il passato, ma è difficile per chi abita all’estero conoscere e selezionare l’informazione contemporanea”, ha spiegato il presidente dell’Istituto di Cultura Italiana di Bruxelles, Paolo Luigi Grossi.
L’incontro è stato arricchito anche dalla presenza del regista Giovanni Cioni e dalla proiezione del suo documentario “Dal ritorno” (in competizione internazionale al Cinéma du Réel di Parigi, lo scorso marzo 2015). Cresciuto a Bruxelles e formatosi nella capitale belga, Giovanni è tornato in Italia nel 2000, proprio dopo i fatti del G8 di Genova che potrebbero aver segnato la sua cifra stilistica.

 
Giovanni-Cioni1“Io sono sempre laggiù. Vorrei che mi accompagnassi”. Da questo desiderio di ritorno nasce il documentario.
Giovanni incontra a cena Silvano Lippi, uno dei sopravvissuti alla deportazione nel campo di concentramento di Mauthausen. Come accade in tutti gli incroci di vite favoriti dalla sorte, i due si vedono, si riconoscono, si tendono la mano e decidono di fare un percorso insieme. Il patto è chiaro sin dall’inizio: la videocamera di Giovanni, in stile maieutica di Socrate, avrebbe aiutato Silvano a tirare fuori le ferite ancora sanguinanti del cuore e, dal canto suo, Silvano avrebbe offerto a Giovanni un importante materiale per il suo lavoro cinematografico. Vale a dire, sé stesso, l’uomo colto in tutta la sua nudità.

Davanti alla macchina da presa, Silvano si racconta.
Racconta di quei giorni in cui, incaricato della pulizia delle camere a gas, ritrovava tutti i morti avvinghiati nel vano tentativo di cercare una boccata d’aria.
Racconta di quando, per punizione, fu spostato ai forni crematori e infornavano da 100 a 200 esseri umani al giorno.
Racconta di quella volta in cui, per puro spirito di sopravvivenza, dovette uccidere un ragazzo come lui, annegandolo in un secchio d’acqua.
L’anziano uomo segue il flusso di coscienza dei suoi ricordi, insomma. E quando il regista arriva a Mauthausen -senza il suo amico, purtroppo costretto a letto da una salute sempre più precaria- tutti gli ambienti del campo di concentramento sono pieni di Silvano.
Hanno il suo odore.
“Dal ritorno” è un film che fa soffrire. Non è certo facile da mandare giù. E proprio per questo va visto e rivisto in tutta la sua durezza e magari portato in tutte le scuole.
Perché è vero, senza orpelli e ci richiama al dovere di non dimenticare.

Carmela Moretti