“Morto Stalin, se ne fa un altro” regia di Armando Iannucci. Commedia – Gran Bretagna, Francia, 2017

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di Francesco Monteleone

 

“Adda venì baffone” Quante volte i vecchi comunisti italiani, fino agli anni ’80, hanno ripetuto questo stupido auspicio, con tono minaccioso, ai loro avversari? Sembrava che invocassero un giustiziere come Robin Hood o un supereroe come Batman, dai quali i più poveri e indifesi avrebbero avuto soccorso e protezione. In realtà quel ‘baffone’ era Stalin e, grazie al cielo, era già morto nel 1953, dopo aver tradito gli ideali della rivoluzione antizarista, perseguitando e sterminando una buona parte del popolo russo.

Il regista scozzese Armando Iannucci, ispirandosi a una graphic novel di Fabien Nury (sceneggiatura) e Thierry Robin (disegno), ha dedicato alla storia un lungometraggio satirico sul tiranno più sanguinario dell’URSS, recitato da Olga Kurylenko, Andrea Riseborough, Rupert Friend, Steve Buscemi, Jason Isaacs, un cast d’argento che ha ricevuto una brillante verniciatura in oro.

Passiamo alla critica.

–   The Death of Stalin (titolo originale) è un film divertente? Non molto.

–   È un film educativo? Per niente! Chi non conosce le figure storiche che sono state parodiate nel film non capisce le gravissime responsabilità politiche che esse hanno avuto verso milioni di persone, in patria e all’estero.

–   Serve a qualcosa quest’opera? Forse sì. Ci fa capire a cosa realmente obbediscono gli uomini che stanno al potere e certamente alimenta negli spettatori una collera, una tremenda collera, verso tutti quei maiali che in nome del popolo diventano ladri, stupratori, traditori e assassini.

 “Morto Stalin, se ne fa un altro” è un titolo accorato e tragico.

Esso ci annuncia quel che accadde tra i membri del Comitato Centrale del PCUS quando Stalin fu colpito dall’ ictus che, poco dopo, gli tolse la vita.

Il film è satirico, ridicolo, sopra le righe, ma non è falso.  

I personaggi sembrano tutti imbecilli (e forse gli originali lo erano per davvero; uno in assoluto è il più disgustoso: Beria, Ministro degli Interni, assassino e predatore sessuale seriale. Invece la faccia più simpatica è dell’invincibile generale Žukov, mitico eroe dell’Armata Rossa, che strapieno di medaglie stelle e croci al valore, dopo aver salvato il potere di Chruščëv, finì la sua esistenza in sconosciuti giardinetti.

Stalin vuol dire “uomo d’acciaio” anche se Giuseppe il Baffone ebbe infermità gravi ai piedi e al braccio sinistro. Egli nacque a Gori, un villaggio della Georgia, in epoca zarista. Era figlio di un calzolaio semi-alcolizzato e di Caterina una giovane e piacente donna di servizio che, dicono le malelingue, tradiva spesso il marito.

Soso (il suo soprannome) fu mandato in seminario dalla madre che lo avrebbe voluto vescovo. Il ragazzo aveva tanta devozione per le sacre scritture che leggeva avidamente, “Voglio fare come Gesù – diceva ai suoi amici –  dare tutto ai poveri e voglio pregare Dio perché liberi la Georgia dai russi”.

Quel ragazzino tanto virtuoso divenne uno dei capi della Rivoluzione d’Ottobre, si impadronì del potere assoluto e divenne un emulo di Nerone, Robespierre, Hitler…

Fin quando Stalin visse e comandò la sua casa nel Causaso fu sorvegliata da un gendarme in grande uniforme e diventò un luogo di pellegrinaggio. Oggi non sappiamo se è ancora permesso visitarla.

A perenne ricordo del pessimo ‘Baffone’ ci sarà questo film che, nonostante le arguzie e i colpi di scena gradevoli, rimane una sanzione morale troppo blanda verso un criminale. 

Francesco Monteleone