Alcuni personaggi si ritrovano – dopo aver ricevuto un invito scritto – rinchiusi in una stanza senza finestre e senza porte, che potrebbe essere una sala d’aspetto. Già, ma di cosa? Un limbo. «La vita a volte è questo. Ci guardiamo attorno e vediamo facce sconosciute». Come riuscire a convivere per ben sei giorni con gli altri, con le loro abitudini e con i loro difetti? Comincia per tutti – grazie anche alla maldestra complicità di alcuni angeli – un viaggio verso i meandri più intimi dell’anima. Perché quella stanza «è come il nostro cuore quando rinuncia agli altri. Eccola, la libertà: è la nostra parola che cerca le parole degli altri; è la nostra mano che cerca la mano degli altri; è la nostra vita che incontra la vita degli altri».
Questa in sintesi la trama de “La stanza dei sogni”, andato in scena nei giorni scorsi all’Auditorium Bianco Manghisi – Teatro dei Cappuccini di Monopoli e che ha visto coinvolti “I viaggiatori della terza età”, persone comuni del territorio, tutte rigorosamente “dagli anta in su”. Il classico saggio di fine anno di un laboratorio teatrale “speciale” e pienamente riuscito organizzato dalla locale associazione “Apad”, nata nel 2003 «per gestire adozioni a distanza e progetti nei Paesi in via di sviluppo, oltre a quelli sul territorio destinati a migranti, senzatetto e anziani».
A curare il laboratorio e a dirigere la commedia messa in scena è stato l’abile e paziente – sfidiamo chiunque a tenere a bada un gruppo così vispo, vedere per credere! – Pietro Caramia, nativo di Monopoli, che oltre agli studi di recitazione e regia a Roma ha frequentato anche un master presso l’Università “La Sapienza” in “Teatro nel sociale e drammaterapia” proprio per lavorare come conduttore di laboratori teatrali. Lo stesso ha definito il progetto “teatro sociale”, cioè «sinonimo di laboratorio teatrale fatto per utenti non professionisti in ogni ambito sociale – ragazzi, adulti, anziani, detenuti, psichiatrici e disabili – per indicare il processo e il percorso laboratoriale che coniugano pratiche teatrali e pratiche terapeutiche». Insomma terapia – anche se il teatro «non si pone come “strumento clinico di terapia”, ma semplicemente come cura di sé, crescita personale, emotiva e relazionale» – a mediazione teatrale. Dei mesi indimenticabili trascorsi con l’arzilla compagnia ci assicura Pietro, racchiusi in tre parole che raccontano tutto: grinta, determinazione e poesia.
E di poesia e amore è intriso il testo scritto – su un’idea dello stesso Caramia – da Michele Ciavarella, attore e autore di Noicattaro. Un testo agrodolce, spesso esilarante, cucito sulla pelle e sulle emozioni vissute dei neofiti attori, come il migliore degli abiti: quello della festa. Evitando con grazia e delicatezza di cadere dal filo pericoloso “dell’operazione nostalgia”. Un bell’esempio di come il dialogo tra giovani e anziani può essere proficuo e soprattutto sorprendente. Anche se Michele tende a non farne una questione di “categorie”: «Siamo in un momento storico in cui individualismo e solitudine sono un cancro sociale. Il problema di assenza di dialogo è trasversale e non solo un problema tra adulti e giovani. Vero è che esiste un problema politico che riguarda la valorizzazione della figura dell’anziano e che porta a dimenticare il suo valore come memoria e come coscienza storica della società. Si perde sempre qualcosa quando non si ascolta: io mi sono arricchito tanto; tutto quello che ci può dare entusiasmo nella vita è relazionarsi agli altri. In realtà per me gli attori sono stati occhi e anime: un rapporto paritario crea ponti, connessione e ricchezza».
Un’esperienza dunque che gli ha regalato una gioia immensa: «vederli in un progetto corale, in un fenomeno di corresponsabilità, di mutuo soccorso, di appoggio di comprensione e perché no anche di sana competizione, guidati da loro sfrenata e sorprendente giovinezza, da un’infinita infanzia. Ho provato tanta felicità nel sentire dalle quinte le risate del pubblico – è la sua prima commedia comica –, avevo paura di non riuscire. Tutta quest’esperienza mi ha fatto capire che non c’è nulla di più bello che rendere felici gli altri».
Slc Cgil Puglia Sindacato Lavoratori della Comunicazione

