D’autore racconta l’inferno di Polanski

(di Carmela Moretti)

La raffinata esposizione di Magrelli e Mancini conclude un ciclo d’incontri sul cinema

 

Roman Polanski and crew on the set of Frantic, 1998

Provate, cari lettori, a immaginare una vita romanzesca. Una di quelle vite irrimediabilmente segnate da una stella infausta, come fosse un pendolo che oscilla tra una tragedia e l’altra. Bene, vi renderete conto che la storia di Roman Polanski va oltre ogni vostra capacità d’immaginazione.La sua odissea iniziò da bambino, quando provò dapprima la dura esperienza del ghetto a Cracovia, poi subì la deportazione dei suoi genitori nei campi di concentramento. Da Auschwitz, sua madre non tornerà mai più. Ma Cracovia fu anche la culla della sua vocazione più grande: qui Roman guardava film, collezionava locandine, raccoglieva dalla spazzatura spezzoni di pellicole come il piccolo Totò in Nuovo Cinema Paradiso. Seguirono, poi, l’entrata nella scuola di cinema di Lodz e il suo primo lungometraggio, Il coltello nell’acqua. In quest’ultimo, emergono già tutti gli aspetti tipici della sua poetica: lo spazio chiuso, entro cui i personaggi si muovono come pesci deliranti; il tema dell’acqua (metafora del liquido amniotico? Desiderio inconscio di una regressione al rassicurante stadio prenatale? Chissà!); la violenza dell’animo umano, con cui Roman sarà condannato a scontrarsi per molti anni ancora. Sul finire dei felici anni ’60, un altro episodio drammatico sconvolse la sua esistenza. La moglie Sharon Tate fu uccisa dalla setta di Charles Manson con una efferatezza inimmaginabile e la stampa, da sempre pronta a nutrirsi del sangue altrui, costruì castelli dalle tinte fosche: Roman divenne quasi il Faust della modernità, seguace del demonio e regista maledetto. Ultima bastonata, come un fulmine a ciel sereno nel mezzo del matrimonio con Emanuelle Seigner, è stata la condanna per uno stupro nei confronti di una ragazzina americana: ancora oggi, un trattato di estradizione vieta a Roman di mettere piede negli Stati Uniti. Dunque, una biografia governata dispoticamente dall’assurdo, che ha (per fortuna) condizionato la sua poetica e i suoi film, facendo di lui uno dei maestri indiscussi della cinematografia mondiale. Tra i suoi lavori, sebbene operare una selezione sia pressoché impossibile, eccone tre che dovete assolutamente guardare. Il pianista, Palma d’oro nel 2002, dove ritroviamo nella sua massima espressione quel mélange di tragicità e grottesco che è caratteristico del suo linguaggio. Chinatown, film clou del simbolismo acquatico e di quella “poetica dell’investigazione” alla ricerca di una verità ch’è sempre inafferrabile. Venere in pelliccia, eccellente esempio di adattamento teatrale, in cui la maestria registica di Polanski raggiunge la vetta della perfezione.

Carmela Moretti

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