Le instabilità dell’ultimo film di Marco Pontecorvo

Di Leonardo Cassone

Di Leonardo Cassone

A Sant’Ugo, un paesino al confine tra le Marche e la Romagna, due amici di vecchia data, Ermanno e Giacomo (rispettivamente Lillo e Luca Zingaretti), sono anche soci di una cooperativa che produce divani, che naviga in cattive acque. Una notte, mentre i due scavano una buca per occultare dei fusti di materiale pericoloso, scoprono che dal sottosuolo fuoriesce petrolio. Un evento che scombussolerà tutti gli equilibri, prima tra i due, poi in tutti i membri della cooperativa, quindi delle famiglie e dell’intero paese. I due si troveranno uno di fronte all’altro, in una lotta tra il senso degli affari e quello ecologico. Tra onestà e cinismo. Uno scombussolamento che avrà, comunque, il suo lieto fine.

Questa, in breve, la trama di “Tempo instabile…probabili schiarite”, con la regia di Marco Pontecorvo che sarà nelle sale italiane il prossimo 2 aprile. Una pellicola diretto dal figlio d’arte (suo padre è il mitico Gillo), con mano leggera e che, almeno sulla carta, si annunciava frizzante. Molte sono, infatti, le “instabilità” della trama. Tanti i luoghi comuni che ritroviamo nella situazione e nei personaggi: Giacomo (Zingaretti), un padre separato alle prese con un figlio (Romano Reggiani), più maturo di lui; Tito (Andrea Arcangeli), un ragazzo immerso nel mondo dei comics giapponesi, alle prese con un difficile rapporto col padre (Lillo), che lo considera uno smidollato; Paola (Carolina Crescentini), una donna timida e piena d’insicurezze, che vive ancora con la sua anziana madre, più sveglia di lei; l’ingegner Lombelli (John Turturro), dalla sua personale filosofia di vita, che avrà un ruolo fondamentale nell’estrazione del petrolio e nella conclusione d’importanti affari. A completare il cast, Lorenza Indovina nei panni di Elena, moglie di Ermanno, e Franco Mescolini in quelli di Cecco, il socio più anziano ed esperto della cooperativa.

Un film prevedibile, dicevamo, e senza sussulti. La storia scorre via liscia e sparata verso il “buonismo” finale. Senza infamia e senza lode. L’unica trovata efficace, anche se non del tutto originale (“Kill Bill” di Tarantino docet), sono gli “intercalari fumettistici”, rigorosamente nipponici, immaginati da Tito, con l’eroe ragazzino alle prese con l’improbabile mosto “Kobo”, e che regalano quella vivacità di cui necessita il film.

Con tutta onestà, ci si aspettava di più da Marco Pontecorvo, soprattutto dopo la sua prima prova cinematografica, quel poetico “Pa-ra.da”, così emozionante e profondo nella descrizione dei personaggi. Descrizione che in questa sua seconda prova, resta leggera e in superficie, tanto che la sola cosa che va in profondità nel film, è l’escavatore di petrolio.

Dino Cassone

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